Àrhat Teatro

Necessità di Teatro(?)

tra disillusione e idealità... alla ricerca di voci che sappiano ancora parlare
Lettera aperta del regista di Àrhat Teatro (inviata ai gruppi teatrali, agli studiosi e ai diversi amici e collaboratori del gruppo, nonché a Teatri, Istituzioni e media in genere)

Nell'ottobre 2009 ho ricevuto dagli amici del Teatro del Lemming di Rovigo una mail aperta che invitava i teatri ad una riflessione importante su alcuni temi scottanti che coinvolgono il senso del loro stesso essere e agire artistico e la loro stessa funzione.
Ho risposto immediatamente sia per esprimere solidarietà che per affermare, pur con tutta la più profonda amarezza, quanto gli stessi teatri siano essi stessi, troppo spesso, "attori" riconoscibili, attraverso varie e differenziate modalità di azione e scelta, di quel pesante tentativo di "normalizzazione" che percorre i nostri giorni.

Ho meditato a lungo, da solo e con il mio attore (con cui condivido il cammino professionistico nella nostra creatura che è Àrhat Teatro), se potermi sentire tranquillo per il solo fatto di aver dato una risposta.
Da tempo volevo sollevare alcune questioni che, con la fondazione di Àrhat Teatro e il suo entrare nella scena pubblica e di mercato, mi si sono poste in modo sempre più stringente e diretto.
Sono state molte le esitazioni (avverto, tra l'altro, il peso di andare a toccare tasti dolenti anche in luoghi in cui sono, teatralmente, cresciuto), ma è la stessa "necessità di teatro necessario" che ancora avverto che mi impone di non ritrarmi... desideroso solo di suscitare dibattito, alla ricerca di voci che sappiano ancora parlare e parlarsi.

In tal senso unisco i testi della lettera del teatro del Lemming e la mia risposta, da cui queste righe sono scaturite.
Pierluigi Castelli
Àrhat Teatro
Bergamo 2 febbraio 2010

Noia di Stato / Stato d'Assedio

lettera da un teatro ai teatri italiani

Era l'ottobre del 1920. Vsevolod Mejerchol'd proclamava l'"Ottobre teatrale", la rivolta completa del teatro. In quegli anni, in Russia, la gente soffriva davvero: il cibo scarseggiava, si moriva di freddo.
Eppure, in questo sfondo di desolazione e miseria, il teatro conosceva uno dei suoi periodi di massima vitalità: si credeva profondamente nel suo valore sociale e politico, nella sua forza dirompente, nelle sue potenzialità rimaste inespresse.

È ancora ottobre, sono passati quasi novant'anni da allora, e lo scenario teatrale, oltre che quello politico, ci appare quasi antitetico: mentre assistiamo in Italia al progressivo restringimento di libertà fondamentali i teatri occupano le città per lo più come semplici luoghi di intrattenimento, spazi di consumo perfettamente innocui inseriti all'interno del "mercato".
Sempre più si parla di imprenditoria dello spettacolo, di mode e di tendenze e il pubblico, all'uscita dalle sale, ci appare tutt'altro che sconvolto o turbato, semmai si mostra annoiato, indifferente, tranquillo.

È da tempo - da troppo tempo - che un teatro come esplorazione della condizione umana, coscienza critica sulle condizioni del mondo, commento metasociale, terreno fertile in cui far crescere nuovi modelli capaci di retroagire sulla vita ordinaria sembra del tutto scomparso, siamo solo in grado di leggerne la favola negli scritti teorici degli studiosi.

Eppure, in questo freddo ottobre, stanno succedendo dei piccoli avvenimenti che sembrano incrinare lo stagno: uno spettacolo viene censurato a Chivasso (è il caso del Teatro a Canone a cui il Sindaco ha impedito il debutto nel teatro della città per il solo fatto di avere come tema la vita della brigatista Mara Cagol), un altro a Feltre sovverte le convenzioni teatrali suscitando polemiche e discussioni (è il caso della nostra Antigone dove l'organizzatore della Rassegna attacca sui giornali, per degli immaginari sputi al pubblico, uno spettacolo che lui stesso ha invitato, e che con ogni probabilità non ha nemmeno visto, ma che pure avverte come destabilizzante per il "suo" pubblico).
Dalla pagina dedicata alla cultura, il teatro finisce così nelle pagine della cronaca e dell'attualità.
Sono due episodi che sarebbe facile liquidare come semplice "piccolezze" da provincia, ma che suonano anche come presagi, piccoli avvertimenti, di una condizione generale italiana che anche i teatri cominciano ad avvertire.

Trovarsi al centro di queste polemiche non è facile e comporta gravosi problemi: viviamo sicuramente in un periodo dove essere al di fuori delle norme e delle convenzioni viene catalogato come pericoloso, indecente, da evitare, ghettizzare, certo da non promuovere.
Sarebbe molto più semplice attenersi alle abitudini, rispettare gli schemi, seguire le mode, non disturbare, non provocare, non scuotere il pensiero e, soprattutto, le emozioni.
Così, d'altronde, fa la maggioranza di noi. Di fronte ad una censura o ad una polemica pubblica, sarebbe più conveniente, di questi tempi, chiedere scusa, rinunciare ad un banale spettacolo, adeguarsi. Sarebbe la strada più comoda sospesi come siamo tra gli annunciati tagli ministeriali e i ricatti di un potere diffuso che cerca consensi e non certo polemiche.

Ma per chi fa teatro e nel teatro ci crede, come può non accendersi una luce nel momento in cui il teatro smette di essere innocuo e viene riconosciuto finalmente nella sua natura dirompente, una natura che è in grado di scuotere gli animi, di creare spazi di discussione, di dialogo e di riflessione pubblica? Come si può non sperare, piuttosto che disperare, nel momento in cui la teoria si fa pratica? A Chivasso un comitato civico si è costituito per sostenere le ragioni della libertà di espressione di un gruppo teatrale, a Feltre il pubblico è rimasto in teatro per oltre cinquanta minuti alla fine dello spettacolo a discutere, a confrontarsi, a parlarsi.

Viviamo sicuramente in tempi freddi e bui in cui la parola crisi abita le bocche di tutti e risuona nelle orecchie del mondo. Lamentiamo continuamente di sentirci incapaci di agire, di concretizzare i nostri pensieri, ci sentiamo prigionieri di una realtà su cui non sappiamo come intervenire. Di fronte a tutto ciò, gli episodi sopra riportati dovrebbero, oltre che allarmarci, farci riflettere, poiché essi finalmente ci dimostrano che il teatro può essere ancora uno strumento in grado di intervenire attivamente sulla realtà, di turbarla e, forse persino di contribuire a trasformarla.

Ai teatri che ci vivono accanto, in tempi in cui è facile arrendersi e tradirsi, vogliamo ricordare che ognuno di noi detiene una profonda responsabilità. Gli artisti e gli intellettuali indipendenti sono infatti fra le poche personalità rimaste in grado di opporsi e di combattere la normalizzazione, e quindi le cose che vivono di vita autentica. E' indispensabile che non venga mai meno la consapevolezza che la funzione dei teatri, o almeno quelli d'Arte, è quella di sollevare pubblicamente questioni provocatorie (e non di rassicurare gli abbonati), di sfidare ortodossie e dogmi (e non di generarne), perché il teatro ancora oggi trova la sua ragione d'essere solo nel fatto di rappresentare inquietudini e conflitti che pertengono alla natura dell'uomo e che ancora si manifestano nel nostro tempo.
È proprio quando una crisi si manifesta che il teatro deve rivelarsi nella sua natura destabilizzante di specchio critico del mondo.

Teatro del Lemming
Rovigo, ottobre 2009

Carissimo Massimo
Cari amici del Lemming

Ci conosciamo poco, per quanto attiene la quantità di tempo trascorsa insieme, per altro in un momento di teatro esattamente di quelli di cui voi ampiamente parlate nel vostro scritto, ma, come può accadere nel/nei teatro/i, il nostro incontro è sicuramente bastato a farci sentire con intensità "compagni di un viaggio avventuroso" il cui fascino e la cui forza si fanno giorno dopo giorno sempre più necessari.

Ho già avuto modo di esprimervi tutta la mia vicinanza, con una recente mail, per il gesto importante di dare solidarietà ed accoglienza a chi era stato così brutalmente e pesantemente discriminato e zittito: mi riferisco, ovviamente, all'ospitalità data al Teatro a Canone con lo spettacolo censurato a Chiasso di cui ancora, per altro, si fa menzione nella vostra attuale riflessione).

Ora questa vostra lettera conferma quel sentire comune che ci percorre e ci dà, comunque, lo slancio quotidiano nella pervicace continuazione della pratica non asservita dei nostri teatri.

Condivido in toto, fin nelle sfumature, quanto voi esprimete e mi associo, per quanto ciò possa contare, nella denuncia di questa insopportabile situazione e nella riaffermazione della certezza della necessità di continuare a lavorare senza lasciarsi né travolgere, né smarrire, né, tantomeno, addomesticare!

Credo davvero abbiate dato voce con chiarezza a quanti si ostinano a pensare futuro, pur nella precarietà dei presenti quotidiani... fino allo sfinimento... È un imperativo che ancora vive in molti che hanno fatto del rigore della loro scelta artistica e umana il timone con cui affrontare le tempeste, con lo spirito di chi non può rinunciare a creare domande, a suscitare destabilizzazione, a rifiutare certezze accomodanti.

Lasciatemi solo aggiungere, e certo con molta amarezza, che quanto da voi rimarcato non è ascrivibile unicamente ai "poteri onnipotenti" dei governi, delle amministrazioni, e delle loro ramificazioni, alla loro subdola, insinuante, continua azione (sviluppata in lunghi anni) di anestetizzazione delle coscienze (penso anche alla scuola!!!! e ad altri contesti che si vorrebbe "educativi"...).
Quanto da voi scritto si genera anche da chi ci sta più vicino (?) ...troppo spesso anche da chi fa parte di quella che tu hai sempre pensato come la tua "famiglia di origine" artistica, da cui sarebbe naturale attendersi sostegno, sprone e critica ...e che invece scopri, in moltissime occasioni, essere il primo luogo di indifferenza, se non di invidie, di gelosie e, purtroppo, di meschinità, in cui nulla si fa perché "le voci" si possano levare tutte, ascoltare, "vedere", ...anzi si tracciano veri e propri confini (spessissimo anche territoriali) entro cui solo "le voci" più assonanti possono entrare (sì, si segnano i territori entro cui esercitare il proprio "potere", la propria "presenza esclusiva"... come sono lontani i tempi in cui si organizzavano gli incontri, le rassegne , i festival, i convegni dei cosiddetti gruppi di base ...da dove molti degli attuali "perimetri" di potere, piccoli o grandi, tra essi lo stesso centro di Pontedera, presero linfa!!!).

Dai lontani anni '70, ho "partecipato" al teatro e "ho fatto" teatro senza mai chiedere nulla a nessuno, ho trasformato il mio lavoro scolastico (in quel di Palosco-Bg, in una scuola che ha saputo fare dell'attenzione alle differenze la centralità del proprio agire) in un luogo di ospitalità, di studio e di ricerca teatrale, ho organizzato innumerevoli occasioni di incontro (con la scuola stessa e il Centro Daidalos) in cui numerosissimi gruppi e artisti (dai più conosciuti, a quelli emergenti nella zona) sono stati ospitati, ...in molti hanno avviato la loro formazione teatrale proprio in questi momenti...

Negli ultimi anni, dopo la fondazione di Àrhat Teatro, la difficoltà maggiore a far conoscere la nostra voce (certo non omologata, pur nella rintracciabilità delle sue fonti, che noi, per altro, dichiariamo con orgoglio) continua a giungere soprattutto da luoghi, persone e realtà che hai percorso, che hai incrociato, da cui sei stato percorso... da cui non pretendi nulla, ma da cui, ovviamente, almeno non ti attenderesti indifferenza o ostacoli: molti sono "scomparsi", alcuni si sono "trincerati nella difficoltà dei tempi"... ...troppi dichiarano (nei contesti variamente "territorializzati") l'improponibilità del nostro lavoro perché "troppo specialistico ...troppo sofisticato ...troppo difficile ...la gente non capirebbe ...serve altro, in questo momento, per attrarre" (affermazioni testuali) pur continuando a "ciarlare" di "teatro di ricerca" e di "teatro non convenzionale"!!!!

Un vero, assoluto, tristissimo paradosso... che, mi pare, si inserisca perfettamente nel quadro da voi rappresentato e lo incupisca non poco. "...avete potuto credere, ipocriti sorpresi, che sia naturale ricevere due premi: d'aller au ciel et d'etre riche! ...vi porterò attraverso la densità, o compagni della mia triste gioia,..."

Con questa frase di Baudelaire si chiude il nostro studio/rapsodia "Fiori" (ispirato a "Les fleurs du mal"): mai come ora può assumere il valore di sintesi/riferimento efficace all'interno di una burrasca in cui tutto sembra dissolversi, ma dalla quale occorre puntare ad uscire senza mezzucci, se si continua a voler credere nella possibilità di incontro con una credibile, reale densità.

Un abbraccio grande
Gigi Castelli
Regista Àrhat Teatro Bergamo
25 ottobre 2009


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